L'INDISPENSABILE INUTILITA' IMMEDIATA DEI CLASSICI

Pur non appartenendo alla schiera degli atei devoti che si entusiasmano a ogni sortita dei preti, vorrei appoggiare una battaglia davvero moderna della Santa Sede: lo studio del greco e del latino. E' stato il Pontificio comitato di scienze storiche, nel silenzio imbarazzante dei governi «laici», a lanciare l'allarme. I giovani europei conoscono sempre peggio le lingue morte, eppure questo non li ha resi affatto più vivi. Una colossale idiozia propalata dal luogo comune è che Pindaro e Virgilio non servano a nulla. Come dire che la cyclette è inutile perché al termine dello sforzo non ti sei mosso di un millimetro. Ora, è evidente che in nessun colloquio di lavoro ti chiederanno il quinto canto dell'Eneide (magari nemmeno per diventare insegnanti di latino) e che nessuna ragazza pretenderà di essere corteggiata con i versi dei lirici greci, per quanto più struggenti di tante frasette che si trovano nei cioccolatini.
Dal punto di vista di un'utilità immediata, quindi, Pindaro e Virgilio non producono risultati. Però allenano a pensare. Attività fastidiosa e pesante. Ma ancora utile. Anche per trovare un lavoro o una ragazza. Latino e greco sono codici a chiave, che si aprono soltanto con il ragionamento e un'organizzazione strutturata del pensiero. Insegnano a chiedersi il perché delle cose. Chi impara a districarsi fra Tacito e Platone assimila una tecnica che potrà applicare a qualunque ramo del sapere e della vita. Non è un caso se i migliori studenti delle facoltà scientifiche provengono dal liceo classico. Un tempo queste considerazioni abbastanza ovvie venivano fatte dai genitori, per convincere gli adolescenti riottosi a cogliere la vitalità latente di una lingua morta. Adesso si preferisce tacere, forse per rispettare il diritto dello studente a rovinarsi il futuro con le proprie mani.            
                                                                                                                            
 Massimo Gramellini                                                   
Nell’articolo “Il latino e la cyclette”, Massimo Gramellini mette in evidenza l’importanza dello studio del greco e del latino, appoggiando una battaglia mossa dal Pontificio comitato di scienze storiche. L’autore sottolinea come i giovani conoscano sempre meno le lingue morte, come questo li abbia condotti ad una minore vitalità e vivifica le proprie parole attraverso una semplice metafora, punto focale del testo: “Dire che Pindaro e Virgilio non servano a nulla è come dire che la cyclette è inutile perché al termine dello sforzo non ci si è mossi di un millimetro”. Conclude, infine, in modo conciso supportando la tesi e sottolineando come lo studio delle lingue classiche non abbia un’utilità immediata ma alleni a pensare, a ragionare, a fare nascere un pensiero strutturato e fondato, proprio come quello che spesso maturano gli studenti delle facoltà scientifiche universitarie che hanno studiato greco e latino.
 Risulta essere chiaro e lampante come Massimo Gramellini sostenga l’importanza dello studio del greco e del latino, ovvero delle lingue classiche. Conduce però un ragionamento particolare, intrigante, che lo porta a spiegare come il latino e il greco, al contrario di quanto molti credano aderendo ai più ingannevoli luoghi comuni, pur non avendo un’utilità immediata, risultino al contempo funzionali in tutti gli ambiti. L’importanza delle lingue classiche, infatti, si traduce, sostiene l’autore, nella capacità di sapere pensare, logicare e imparare ad inferire bene. Il che non è cosa semplice e per comprenderlo basta guardare la società in cui viviamo. Quanti di noi tra ragazzi, adulti e bambini possono affermare di sapere ragionare per davvero senza essere influenzati dall’opinione altrui, senza lasciarsi manipolare privandosi inconsapevolmente, forse per paura o per ignoranza, di un diritto chiamato libertà di pensiero? Quanti? Ecco che l’autore afferma: “pensare è attività fastidiosa e pesante. Ma ancora utile.” Una verità che mette i brividi e ci ricorda che se oggi possiamo dire di essere progrediti rispetto al passato, di avere cambiato le sorti del nostro futuro, di avere realizzato utopie di rinascimentali come Bacone, di una città fondata sulla scienza e conseguentemente sul sapere, è solo grazie a questo, ad un’arma potentissima che si chiama ragionamento. Dunque latino e  greco, attesta il giornalista, “sono codici a chiave”, codici crittografati, diremmo oggi in un linguaggio  scientifico, che possono essere “bucati”, in gergo tecnico, “solo con il ragionamento e un’organizzazione strutturata del pensiero”. È questa un’immagine metaforica potentissima, che sottrae ogni dubbio alle menti poco illuminate e conduce a comprendere l’importanza dello studio delle lingue classiche, che un po’ come dei rebus possono essere risolti solo con l’applicazione del ragionamento. Si rivela quindi una vigorosa argomentazione a favore della tesi, capace di lasciare spiazzati anche i poco fiduciosi che se pensano di avere compreso quale sia il potenziale delle lingue storicamente concluse più che morte, hanno sicuramente torto. Gramellini, infatti, continua dirompente, accendendo un riflettore su un’altra verità ancora più agghiacciante: il latino e il greco “insegnano a chiedersi il perché delle cose”. Niente di più vero. Gramellini ci lascia un’altra volta a bocca aperta, disorientati, con l’espressione di chi ha scoperto una verità inconfutabile, la stessa che si è dipinta sul mio volto allorquando ho dato a me stessa la medesima risposta alla domanda: “Perché scegliere di studiare lingue che ormai non vengono più parlate?”.  L’articolo di Gramellini mi ha dato la conferma di essermi data la risposta esatta.
Oggi frequento il quarto anno del liceo scientifico tradizionale, studio latino e sono convinta che non avrei potuto fare scelta migliore. Negli ultimi anni ho imparato a scoprirne la bellezza, a lasciarmi incantare, ma anche ad affrontare gli ostacoli quotidiani allo stesso modo con cui cerco di  districarmi tra un classico e l’altro. Fino ad oggi non mi sono mai fermata all’apparenza delle cose, scelgo sempre di andare oltre, di scoprire cosa c’è in profondità, di liberarmi da ogni condizionamento altrui, vagliare ogni cosa con la mia ragione per giungere a conoscere cosa c’è di vero nella realtà che mi circonda. Lo studio dei classici, in questo campo, è il mio principale maestro e il latino rappresenta la fonte migliore di esercitazione logica per la mia mente, è la forma di intrattenimento che il mio “ineducato” cervello preferisce, un “passatempo” particolare, lo so, o come suggerisce l’opinionista, una sorta di codice da decifrare in ogni modo, una sfida da vincere con le armi preferite da me e Gramellini: “ragionamento” e “organizzazione strutturata del pensiero”. Un esercizio, l’unico forse, in cui impari a chiederti il perché di un collegamento di un termine con un altro, il perché dell’utilizzo di una precisa struttura grammaticale piuttosto che un’altra, un esercizio che educa a chiederti il perché delle cose.  “Chi impara a districarsi fra Tacito e Platone assimila una tecnica che potrà applicare a qualunque ramo del sapere e della vita” dice Gramellini e, aggiungo io, impara a lasciarsi stupire da quella che è vera bellezza. Una bellezza astratta, a tratti difficile da afferrare, nascosta fra una parola e l’altra, che sprigiona una luce intensa, abbaglia nell’attesa di essere colta. Quella dei testi latini e greci è una grazia incorporea, impalpabile, una “Venere” senza volto né corpo.                                                                                              
Molti, tuttavia, credono che le lingue classiche siano inutili e così le criticano conformandosi spesso ai luoghi comuni capaci di manipolare le menti più fragili. Adesso è evidente che nella vita di tutti i giorni, in un colloquio di lavoro, in cucina, al bar, nessuno si sentirà chiedere di recitare un classico, sostiene anche Gramellini, per cui è logico che se si pensa, come spesso accade alla massa, di potere ricavare un’utilità pratica, concreta, immediata dai testi classici ci si sbaglia. Si commette un gravissimo errore. Infatti, come già sostenuto ripetutamente in precedenza, un classico è tale non solo perché afferisce alla cultura del passato, alla cultura greca o latina, ma anche perché aiuta a pensare. Un classico aiuta a ragionare. Ricordiamoci che siamo uomini per questo. Un saggio del passato, un greco, ci ha definiti animali razionali.
Nutriamoci, allora, di ciò che è cibo per la nostra mente e smettiamola di cercare sempre l’utile in ciò che facciamo. Impariamo a lasciarci ammaliare da una bellezza fuori dal comune, lasciamo che le lingue morte ritornino vive, che guidino il nostro cammino come discipline “lucifere”. Lasciamoci plasmare, imparando, grazie a loro, ad esercitare il nostro intelletto. Solo in questo modo riusciremo a fondare pensieri in grado di spiegare la realtà e descrivere noi stessi. 
                                                                                      
Quella della rivalutazione delle lingue morte all’insegna dei benefici che potrebbero portare al miglioramento della vita intellettuale dell’uomo è una sfida per cui vale la pena spendere ogni energia. Una sfida a cui vale a pena dedicarsi. Una provocazione da accogliere e da portare a termine nel migliore dei modi. Un confronto che ci donerà vera vita. 
 
 
Fabiana Pagano, IV D
                                                                                                  
                     
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